Come far ripartire il dialogo interreligioso nel Mediterraneo?
Radio Beckwith evangelica

“Dialogo interreligioso” può apparire un’espressione abusata, in alcuni contesti data per scontata e trattata come una formula buona per ogni stagione. Eppure, la politica di oggi sembra averla dimenticata, in un momento in cui il Mediterraneo, da sempre luogo di incontro, scambio, ma anche di conflitto tra popoli e fedi, si ritrova frammentato e spezzato in due.

Tuttavia, tanto quanto risulta pericoloso rinunciare al dialogo, è allo stesso modo vuoto e astratto pensare che il dialogo interreligioso sia automaticamente un sinonimo di “pace”. È da queste considerazioni che parte la conversazione con Olivier Roy, orientalista e politologo francese, docente presso l’Istituto Universitario Europeo e autore di uno tra i libri centrali dell’islamistica, L’Echec de l’Islam politique, “Il fallimento dell’Islam politico”. Secondo lo studioso, «il problema è evitare che il dialogo interreligioso avvenga solo tra leader religiosi che si conoscono e che ripetono sempre la stessa cosa, cioè che la religione è la pace. Il punto è che il dibattito tra tali figure sia collegato alla preoccupazione dei credenti, e quindi a problemi molto concreti, quali sono ad esempio la libertà religiosa o la libertà di non essere religiosi, il problema della pratica religiosa, le difficoltà della legislazione. Queste sono le questioni chiave, molto più concrete, su cui lavorare con il credente che si incontra per la strada; non sul significato della pace nel Corano».

Negli ultimi decenni si sono sviluppati due fenomeni apparentemente divergenti: da un lato l’emersione di un Islam europeo sempre più integrato anche a livello politico, dall’altra l’adesione, tanto sulle sponda meridionale del Mediterraneo quanto in seno alla società europea, a movimenti jihadisti. Non sono gli unici fenomeni, ovviamente, ma questi due piani hanno fatto emergere una certa tentazione di esportare il modello dell’Islam europeo. Ma potrebbe funzionare?

«No, una religione non si può mai imporre. Non sono i teologi che impongono una religione, sono i profeti, se posso dirlo. Una religione funziona se c’è una domanda, se le persone sentono proprio ciò che viene detto, se la Parola che viene detta significa qualcosa per loro. Al contrario, è necessario fare affidamento sulla religiosità popolare, su ciò che la gente vede nella religione come qualcosa di vissuto. Aggiungiamo un altro problema: siccome siamo una società estremamente secolarizzata, tendiamo a considerare ogni manifestazione di fede come una manifestazione di fanatismo. Quindi il problema è che i nostri governi, che sono secolari, con il pretesto della moderazione secolarizzano forzosamente. Penso che dobbiamo riconsiderare il fatto religioso, per ribadire che la religione è fede».

Tra le parole chiave, quando si parla di religione, abbiamo sicuramente la politica, così come la cultura. Sono termini che dobbiamo considerare in sinergia tra loro?

«Sono un po’ scettico sulla nozione di cultura, perché tendiamo a inculturare la religione. Ma d’altra parte è ovvio invece che la religione influisce sulla politica anche se i religiosi non vogliono fare politica. La religione è una questione politica, è una questione di spazio pubblico ed è necessario porsi la domanda su come non rappresentare le religioni come alternative alla politica o come ideologie politiche, ma come una domanda che si esprime nello spazio pubblico».

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