Franco Cfa: una moneta alla radice dei mali d’Africa?
Radio Beckwith evangelica

La politica italiana ha scoperto il franco CFA quasi all’improvviso, riversando sulla valuta comune a quattordici paesi dell’Africa subsahariana le responsabilità delle migrazioni verso l’Europa e puntando il dito verso la Francia, che la gestisce sin dalla sua istituzione.

La questione si è sviluppata in parallelo alle polemiche sulle 170 persone morte nel giro di due giorni nel Mediterraneo: a parlarne per primo era stato il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, secondo cui non bisogna parlare degli effetti ma delle cause della migrazione, affermando che «se oggi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese» e aggiungendo due giorni dopo che «per far stare gli africani in Africa basta che la Francia stia a casa propria». Alle parole di Di Maio sono poi seguite quelle di un altro esponente del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, e quelle della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Tuttavia, osservando i dati forniti dal Ministero dell’Interno a proposito delle nazionalità di chi arriva in Italia, la correlazione tra la valuta africana e le migrazioni diventa molto più sfumata: tra i primi dieci Paesi di provenienza di chi sbarca in Italia, soltanto Costa d’Avorio e Mali adottano il franco CFA e nel 2018 hanno contribuito al flusso migratorio italiano con appena duemila persone, pari a meno del 10% del flusso totale. Allo stesso modo, anche gli effetti del franco CFA sul bilancio francese è più marginale di come descritto dal ministro Di Maio: si stima infatti che possa incidere per lo 0,5% degli interessi sul debito.

Al netto della polemica accesa dal governo italiano e delle sue conseguenze nelle relazioni con la Francia, accusata di fare del neocolonialismo, il dibattito sugli effetti del franco della Communauté Financière Africaine, introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale, è un tema dibattuto da decenni tanto nei Paesi che lo adottano quanto a nord del Mediterraneo.

I vantaggi del franco CFA vengono sottolineati soprattutto tra gli economisti francesi e gli esponenti dei governi e delle classi dirigenti dei Paesi che lo adottano, che lo considerano un elemento di stabilità. «In effetti – racconta Luca Iotti, presidente della ong Bambini nel Deserto, che lavora nel Sahel e in Africa centro-occidentale su temi come la creazione di lavoro e la sostenibilità ambientale – nasce essenzialmente con questo obiettivo. Legandola prima al franco francese e poi all’euro, si garantisce alla moneta di mettersi al riparo dall’inflazione, che è intorno al 3%, contro il 100% o il 1000% di altri Paesi africani». Il cambio fisso con l’euro, pari a 655,957 franchi CFA, mette al riparo i Paesi da choc monetari anche nel caso di importanti cambiamenti politici ed evita che per avere una moneta stabile ci si affidi al dollaro americano o, come successo di recente in Zimbabwe, al renmimbi cinese. Tuttavia, secondo vari intellettuali africani ed europei ed esponenti di partiti e movimenti anticolonialisti, si tratta di una stabilità artefatta, che si trasforma in strumento di controllo indiretto da parte della Francia e in ostacolo allo sviluppo di quei Paesi che lo adottano, rallentando le

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