Razzismi 2.0: verso la normalizzazione dell’odio?
Radio Beckwith evangelica

Guardando al linguaggio politico di figure come il presidente statunitense Donald Trump, o a quello di sempre più ampi gruppi sociali, è legittimo chiedersi se quella in cui stiamo vivendo rappresenti o meno una “età d’oro” dei discorsi d’odio e del razzismo. In particolare, alcune affermazioni non hanno soltanto smesso di essere stigmatizzate e stigmatizzanti, ma sono ormai rientrate pienamente nel discorso pubblico quotidiano, tanto online quanto offline. La domanda non prevede una risposta secca, ma ha bisogno di essere scomposta nelle sue parti fondamentali. È quello che ha fatto Stefano Pasta, giornalista e ricercatore in pedagogia presso il Centro di Ricerca sull’Educazione ai media dell’Informazione e alla Tecnologia (CREMIT) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si occupa di educazione alla cittadinanza nell’ambiente digitale. Nel suo ultimo libro, dal titolo Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online, edito nel 2018 da Scholé-Morcelliana, ha seguito e studiato manifestazioni d’odio sulla rete e ha deciso di interagire con chi ha contribuito per provare a comprendere il fenomeno. «Nel libro – racconta – provo a raccontare la ricerca che ho svolto all’Unicatt, in cui ho reperito una serie di casi di odio online in ambienti a rischio, come le pagine delle curve calcistiche o i commenti online ad articoli di tematiche interculturali. Ho provato a proporre una classificazione e categorizzazione, con l’idea che per avere una risposta educativa interessante occorre capire di fronte a quali razzismi ci si trova. Dall’altro lato ho provato a dialogare via social network con persone che a titolo diverso hanno partecipato a queste forme di razzismo, chi con un like, chi scrivendo qualcosa in prima persona, chi condividendo un vero e proprio invito allo sterminio». Un testo, quindi, in cui gli episodi e gli esperimenti cercano di restituire un quadro il più possibile completo di una dinamica che avviene in un luogo sempre più reale e non, come sostenuto da alcuni, soltanto virtuale.

Il primo aspetto da considerare sta nel titolo: perché declinare al plurale la parola “razzismo”?

«Le forme di razzismo sono diverse: c’è quello di provocazione, di superficialità, che comunque è grave e partecipa a un fenomeno che è unico, ma un conto è se siamo di fronte al ragazzo o alla persona ideologizzata, che quindi ci porta un pensiero di un certo tipo, e diverso è chi, scherzando, normalizza un insulto d’odio o un invito allo sterminio. È un’emergenza a cui assistiamo: moltissimi ragazzi, a cui appunto poi ho provato a chiedere perché lo avevano fatto, avevano magari invitato a lanciare bottiglie molotov o avevano invocato quello che chiamano “zio Adolf” per risolvere il problema del centro profughi vicino a a casa. Ecco, la risposta principale è stata quella di dire che “era solo un battuta”, e che li stavo “prendendo troppo sul serio”, quindi una rivendicazione dell’agire deresponsabilizzato nel web. Tutto ciò è plurale, ma tutto insieme concorre a un fenomeno che è unico, cioè lo sdoganamento del discorso razzista. In modo diverso, chi perché aderisce a dottrine di un certo tipo di estrema destra, chi perché esprime un malessere in maniera errata e contorta, con modalità sbagliate, chi scherzando e banalizzando, partecipa allo sdoganamento della razza».

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