Protezione umanitaria: il decreto Salvini non è retroattivo
Radio Beckwith evangelica

Lo scorso 19 febbraio è stata depositata una sentenza della Corte di Cassazione dedicata all’istituto della protezione umanitaria, di fatto cancellato alla fine del 2018 dall’approvazione del cosiddetto “decreto Salvini”, poi convertito in legge lo scorso 28 novembre.

La Corte era stata interrogata su un aspetto in particolare, ovvero la retroattività delle norme in questione: l’abrogazione di fatto della protezione umanitaria si applica anche alle domande presentate prima dell’entrata in vigore del decreto, ovvero il 5 ottobre 2018, oppure soltanto alle procedure successive? La risposta data dalla Cassazione è stata la più prevedibile, confermando le sentenze di Tribunali e Corti d’appello emesse in questi mesi. Gianfranco Schiavone, giurista e vicepresidente di Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, spiega che «era una sentenza attesa: la norma non può avere un’applicazione retroattiva, la legge riguarda ciò che avverrà e non ciò che è avvenuto. Eventuali eccezioni in campo civile sono soggette a limitazioni molto precise e comunque andavano disciplinate per legge, cose che il decreto 113 e la legge di conversione in legge 132/2018 non faceva affatto. La Cassazione non ha fatto altro che ribadire il principio generale della non retroattività».

Oltre a questo principio generale, affermato all’articolo 11 del Codice civile e derogabile soltanto in modo esplicito, la questione è orientata anche da considerazioni più specifiche: l’esame della domanda di protezione è tecnicamente ricognitivo, quindi non è la decisione amministrativa o giudiziale a costituire il diritto alla protezione internazionale o al permesso per motivi umanitari. Le commissioni territoriali o il tribunale, insomma, non costituiscono un diritto, ma accertano che quando la persona ha fatto la domanda di protezione aveva diritto a che gli fosse riconosciuta. «Non è un cavillo come magari qualcuno potrebbe pensare – racconta Schiavone – perché il diritto è costituito quando la persona ha fatto la domanda e aveva il diritto di vedersi esaminata la domanda con la normativa che vigeva in quel momento. Il mero ritardo della pubblica amministrazione nell’esaminare le domande non può costituire un motivo per poi esaminare la medesima domanda con una legge diversa solo perché nel periodo di attesa è intervenuta una nuova legge. Prendiamo due richiedenti asilo che hanno fatto la domanda nel gennaio del 2018: magari una persona è stata chiamata prima del 5 di ottobre e si è vista esaminare la domanda anche alla luce della nozione della protezione umanitaria, mentre l’altra no, perché nel frattempo è cambiata la legge. Si tratterebbe di una palese ingiustizia, perché introduce un diritto in una sorta di gioco. Proprio per questo la Cassazione ha ricordato che tutte le domande che erano state introdotte prima del 5 ottobre vanno esaminate secondo la normativa che c’era allora».

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Foto di Vito Manzari: Immigrati Lampedusa