La rotta balcanica continua a essere aperta
Radio Beckwith evangelica

Nel marzo del 2016 la Commissione europea annunciava che, in seguito alla firma dell’accordo tra la Turchia e i governi dell’Unione europea, «i flussi irregolari di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali sta terminando» e che «la rotta è chiusa». Pochi mesi prima, durante l’estate 2015, più di 850.000 persone, soprattutto siriani in fuga dall’assedio di Aleppo e dalla cancellazione delle loro città, passarono dalla Turchia alla Grecia e poi via via verso nord-ovest, verso la Germania e la Svezia, per presentare la propria richiesta di protezione internazionale.

Dal 18 marzo 2016 la “rotta balcanica” è diventata sempre meno battuta e sempre meno raccontata. Ma anche se gli accordi tra la Turchia e i governi europei ha segnato la loro scomparsa dalle cronache, le persone che la attraversano o che vi sono rimaste bloccate sono ancora lì a testimoniare quanto la via migratoria non si sia mai veramente chiusa. A distanza di tre anni, racconta Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti lungo la Balkan Route per Caritas e Ipsia, «i numeri che vediamo degli sbarchi in Grecia, con conseguente movimento lungo la rotta terrestre, sono numeri che ci dicono che c’è sempre un’attività sul territorio».

Osservando i dati forniti da Unhcr, la parziale chiusura della rotta del Mediterraneo centrale avvenuta con gli accordi tra Italia e Libia del 2017 ha portato a un nuovo spostamento dei movimenti migratori lungo due rotte laterali: a fronte di 23.370 persone sbarcate in Italia nel 2018, la rotta spagnola ha visto crescere i passaggi dai 14.500 del 2016 agli oltre 65.000 dello scorso anno, mentre dalla Grecia sono transitate oltre 50.000 persone, che hanno significato, racconta Silvia Maraone, «24.000 passaggi in Bosnia-Erzegovina nel 2018. Di tutto si può parlare tranne che di una rotta disattivata».

La percezione, vista da chi segue la rotta del Mediterraneo centrale, è che la rotta orientale sia meno pericolosa. È vero?

«No. Essendo una rotta di terra cambiano solamente i motivi della morte, ma i numeri ci parlano di persone che tutti i giorni, attraversando i fiumi o le montagne, mettono a rischio la propria vita, ed effettivamente ci sono dei tributi in termini di vite che vengono perse lungo questo tragitto. Sono stati almeno 12 i morti dall’inizio dell’anno solamente nell’attraversamento tra la Bosnia e la Slovenia, quindi della rotta verso il confine italiano, che di fatto poi è la meta alla quale le persone puntano per poi muoversi da lì lungo i territori Schengen e andare ancora nuovamente verso l’Austria, la Germania o la Svezia dove poi cercheranno di fare domanda d’asilo, però tutti i giorni le persone attraversano illegalmente a loro rischio i confini. Le cause principali sono l’annegamento nei fiumi e il rischio di essere investiti dalle auto, mentre alcune persone saltano sui tetti dei treni, per cui muoiono per le scosse elettriche che ricevono. Tutti i giorni le persone rischiano e in questi mesi vediamo persone che non ce la fanno».

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