Il sogno di Giuseppe
Radio Beckwith evangelica

Il museo come luogo in cui le storie rimangono attuali e non relegate a un passato sempre più remoto. Questo era il tema delle giornate del 23 e 24 marzo al Memoriale della Shoah di Milano. Il museo in tempo reale si è svolto attraverso incontri, performance, narrazioni e riflessioni, articolati secondo delle coppie tematiche di riflessione: l’abbandono e la cura, la deportazione e il ritorno, l’inganno e lo svelamento, lo smarrimento e il ritrovarsi, la segregazione e la libertà, la violenza e la relazione.

La storia e le idee sono in continuo movimento e queste giornate, in particolare in un luogo come il museo della Shoah, hanno voluto ribadirlo.

All’interno del programma era prevista la lettura del poemetto di Stefano Raimondi, poeta e critico letterario, Il sogno di Giuseppe, uscito da poco per Amos Edizioni.

Ne parla l’autore, Stefano Raimondi.

Come nasce l’opera?

«Il sogno di Giuseppe è un poemetto che ho iniziato a scrivere nel 2003 ed è un testo che alla base ha la voce di un cancellato. Molti di noi sono dei cancellati che riescono a riaffiorare attraverso le parole e la poesia. La poesia porta il senso di un presente che recupera il percorso delle parole che arrivano da molto lontano, ha la capacità di accogliere il rotolare delle parole lontane, e lanciarle in un perpetuo presente».

Ma chi è Giuseppe e come emerge dal racconto biblico?

«Giuseppe è una figura emblematica, è la voce di un relegato, di un segregato. Colui che come sappiamo è stato gettato dai fratelli in una cisterna per invidia. Però da questa situazione di chiusura, Giuseppe ha la facoltà di sognare e di interpretare i propri sogni, ed è questo che lo porta alla libertà. Lui viene poi infatti liberato, graziato e la sua vita muta grazie alle sue facoltà. Interpreta i sogni del re e i sogni che accadono agli altri. La voce del sognatore appartiene un po’ a tutti, la sua è quella di qualcuno non lontano dalla realtà ma è colui che la interpreta, la trasforma e la vede in un altro modo. È un po’ come se Giuseppe sognasse per tutti: come nella favola de Le Mille e una notte Shahrazād riesce a vivere proprio perché ogni giorno racconta una fiaba che la fa mantenere in vita, così Giuseppe nonostante sia nel buio, riesce a percepire una possibilità di luce. Rimane comunque una voce dal sottosuolo, una voce ai margini, di chi non ha luogo o ha un luogo che non gli appartiene, ma proprio per questa mancanza Giuseppe è una voce desiderante, che nonostante sia lontano dalle stelle è sempre colui che le vede».

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