Yemen, quattro anni senza uscita
Radio Beckwith evangelica

Il 26 marzo segna l’ennesimo anniversario che sarebbe stato opportuno evitare: quello dei quattro anni di guerra in Yemen.

Naturalmente si tratta di una convenzione, perché in molti ritengono che la guerra fosse in corso già dall’autunno dell’anno precedente, quando i ribelli Houthi presero il controllo della capitale Sana’a, ma di certo a questa data va fatto corrispondere il vero salto di qualità del conflitto con il primo attacco aereo saudita contro l’aeroporto internazionale di Sana’a e l’aeroporto militare di Dulaimi. Da allora, il tentato colpo di Stato è diventato un conflitto permanente di cui non si intravede la fine.

Secondo le Nazioni Unite, in questi anni oltre 50.000 persone sono state uccise, mentre secondo i dati forniti da Unhcr sono due milioni gli sfollati interni di un conflitto che, per geografia e politica, ha permesso a pochissimi rifugiati di raggiungere l’Europa e che, paradossalmente, vede ancora oggi cittadini somali ed eritrei lasciare il proprio Paese per arrivare sulle coste yemenite, da cui ripartire per una nuova tappa del proprio percorso migratorio. In questi quattro anni gli oltre 19.000 raid aerei sul Paese, uno ogni due ore, sette giorni su sette, 24 ore su 24, hanno cancellato scuole, ospedali e infrastrutture, rendendo quasi impossibile procurarsi cibo e sempre più difficile essere raggiunti dagli aiuti umanitari, tanto alimentari quanto medici.

Ma i sauditi e i loro alleati non sono gli unici responsabili dell’aver trascinato a fondo quello che era già il Paese più povero della penisola arabica: anche i miliziani di Ansar Allah, i cosiddetti ribelli Houthi, sono responsabili di attacchi, violenze e intimidazioni nei confronti della popolazione civile. Proprio mentre ricorre questo indesiderato anniversario, uno dei fronti della guerra si è riacceso con combattimenti nella città di Ta‘izz, che hanno causato almeno 49 feriti e due morti, la chiusura di un ospedale e il grave danneggiamento di un altro, secondo un copione già visto in tutto il Paese. Inoltre, non si conosce il numero di civili bloccati tra le linee del fronte e senza possibilità di mettersi al riparo. Allo stesso modo, la notte tra il 24 e il 25 marzo è stata segnata da nuovi scontri a Hodeidah, il principale porto del Paese e via d’accesso fondamentale per gli aiuti umanitari, oggetto del cessate il fuoco negoziato a fine 2018 dalle Nazioni Unite ma mai del tutto applicato. Gli ultimi scontri, secondo i cittadini di Hodeidah, sono stati i più pesanti da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore il 18 dicembre, e sono arrivati proprio mentre le Nazioni Unite hanno annunciato un accordo che illustra i dettagli di un reciproco ritiro militare previsto dall’accordo di tregua di Stoccolma.

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