Nessun luogo è sicuro in Libia
Radio Beckwith evangelica

Una coazione a ripetere. Questa è l’impressione che si ha leggendo le notizie che arrivano dalla Libia e che possono essere divise in due linee principali: le manovre militari che si ripetono da mesi e le costanti violazioni dei diritti fondamentali di chi è imprigionato nel Paese.

La scorsa notte, l’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar, rappresentante della regione orientale della Cirenaica, ha attaccato per la seconda volta una base militare ospitata all’interno dell’aeroporto di Tripoli. Si tratta di un nuovo capitolo dell’escalation a cui si assiste ormai da due mesi e che non sta trovando adeguate risposte in seno alla comunità internazionale, che in larga parte riconosce il governo di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, come legittimo.

All’inizio di aprile Haftar aveva dato il via all’offensiva convinto, dopo aver preso il controllo di ampie aree nel sud del Paese, di poter conquistare la capitale in pochi giorni. Il maresciallo aveva giustificato la nuova azione affermando di combattere contro milizie private e gruppi estremisti, che secondo lui stavano guadagnando influenza nei confronti di Sarraj. Tuttavia, i progressi militari sono stati molto scarsi, soprattutto nel sud del Paese, e alcuni analisti ritengono che questa offensiva non stia facendo altro che rafforzare il più noto e temuto tra i gruppi armati del Paese, il Daesh, in cerca di un nuovo luogo in cui inseguire il proprio progetto politico dopo la fine dell’esperienza in Siria e Iraq.

Dall’inizio dell’offensiva, due mesi fa, più di 75.000 persone sono state sfollate dalle loro case e almeno 500 sono state uccise, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Circa 2.400 persone sono invece state ferite, mentre 100.000 persone, tra cui migranti e rifugiati, sono bloccate nella periferia di Tripoli e nelle città vicine. Questa violenza è la più terribile tra le coazioni a ripetere di questa guerra.

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