Parole e silenzi
Radio Beckwith evangelica

Le storie che si leggono, si raccontano e si tramandano sono fatte di parole e di silenzi. Le parole servono a riempire e i silenzi, di solito, aiutano a pensare, a darsi il tempo di sentirsi a proprio agio con i vuoti lasciati.

In questi giorni, tra la terraferma e il mare, sono accadute molte cose e tante ne accadranno ancora: di seguito delle parole per raccontarle, gli spazi adatti per capirle. 
«Basta, entriamo. Non per provocazione ma per necessità, per responsabilità»
Un monito seguito da una frase dura. Sono le 12.00 del 26 giugno 2019 e queste parole vengono pubblicate sul profilo ufficiale di Twitter della Sea Watch 3. Una nave battente bandiera dei Paesi Bassi, gestita dall’organizzazione non governativa omonima con sede a Berlino.
14 giorni fa, il 12 giugno 2019, la nave, recupera 53 migranti provenienti dalle coste libiche ma rimane bloccata al limite delle acque territoriali italiane. Il governo, invocando il “Decreto Sicurezza Bis” approvato a inizio estate, non concede il permesso di entrata nel nostro Paese. Salvo poi fare un passo indietro nei confronti di 10 persone: hanno bisogno di cure mediche.

«Non ce la facciamo più. Siamo come in prigione, ci manca tutto, non possiamo fare niente, non possiamo camminare né muoverci perché la barca è piccola mentre noi siamo tanti. Non c’è spazio» racconta un ragazzo a bordo della Sea Watch. 

La gravità della situazione porta alcuni dei richiedenti asilo a ricorrere all’appello della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo; la quale, però, respinge la domanda passando la palla allo Stato italiano. L’Italia deve occuparsi e preoccuparsi della questione in merito, ponendo particolare attenzione alle situazioni critiche e vulnerabili a bordo. Sulla nave, la notizia del rigetto, scatena reazioni drammatiche. 

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