La povertà non è “abolita” per tutti
Radio Beckwith evangelica

«Con la pensione di cittadinanza e il reddito di cittadinanza che introdurremo in questa legge di bilancio avremo abolito la povertà». Così, un anno fa, il capo politico del Movimento 5 Stelle e allora ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, commentava l’imminente manovra economica del governo guidato, oggi come allora pur con maggioranze differenti, da Giuseppe Conte.

Il reddito di cittadinanza era poi diventato reale ad aprile del 2019 con un decreto legge. A quel punto, in fase di conversione in legge, era stato introdotto un emendamento che prevede l’obbligo per tutti i cittadini extra UE di produrre non solo l’attestazione ISEE, come chiesto ai cittadini italiani ed europei, ma anche una certificazione “rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana” attestante la situazione reddituale e patrimoniale all’estero nonché la composizione del nucleo familiare.

Una norma che risulta quasi inapplicabile, perché spesso nei Paesi di provenienza, soprattutto in Paesi dell’Africa subsahariana, mancano adeguati sistemi di certificazione o addirittura il cittadino straniero non può avere relazioni per motivi politici o di sicurezza. Proprio per evitare questa situazione, la norma prevede che un successivo decreto ministeriale stabilisca i paesi per i quali è “oggettivamente impossibile” procurarsi tale documentazione, ma il termine per l’emanazione del decreto è scaduto il 18 luglio scorso e il decreto non è stato emanato. Per contrastare questa situazione, quattro realtà (ASGI, Avvocati per Niente, Fondazione Guido Piccini e NAGA) hanno depositato a metà settembre ieri un ricorso, chiedendo che il Tribunale ordini all’INPS di modificare la circolare e procedere all’esame delle domande presentate dai cittadini stranieri alle stesse condizioni previste per gli italiani. «È lo stesso problema che avevamo posto a Lodi, cioè un problema di uguaglianza», racconta Albeto Guariso, avvocato di ASGI. L’udienza è fissata i primi di dicembre.

Quali sono i problemi normativi, quindi?

«Il sistema per accedere alle prestazioni sociali è stato fissato dal legislatore nel 2013 dicendo che si parte da una autocertificazione, una dichiarazione sostitutiva unica, e che a partire da lì l’amministrazione fa i suoi controlli, sia per gli italiani sia per gli stranieri, dopodiché rilascia una certificazione, l’ISEE e questa costituisce principio essenziale per tutte le regioni e per tutti gli enti con fondamento costituzionale, perché dev’essere un metodo uniforme per tutti. Su questa dichiarazione sia gli italiani che gli stranieri devono dichiarare i loro redditi, i patrimoni all’estero, si fanno le verifiche necessarie dopodiché il discorso si chiude, fermi tutti i possibili controlli che l’amministrazione successivamente può fare. Questo è il primo problema che rendeva ingiusta quella norma, che però diversamente da Lodi, dov’era previsto da un atto amministrativo, è stata introdotta nella legge e c’è ancora. Il problema che si è aggiunto è che avendo previsto che chi non può procurarsi quei documenti sia esentato dalla presentazione, per esempio in quegli Stati in cui non c’è un sistema accentrato di catasto, e avendo previsto che questi Paesi esentati fossero fissati con decreto ministeriale che poi non è mai stato emesso perché non è possibile fare un censimento in tutti i Paesi del mondo, in assenza del decreto l’INPS ha sospeso tutte le pratiche degli stranieri. Noi abbiamo posto il problema affermando che se non c’è il decreto, che a nostro avviso non si riuscirà mai a fare, bisogna procedere dando a tutti la prestazione sulla base dell’ISEE».

Prima del ricorso si è arrivati a porre la questione all’Inps. Quali risposte avete ricevuto?

«Ovviamente nessuna risposta, nel senso che l’INPS ha ignorato la nostra lettera e quindi siamo stati costretti a depositare il ricorso. Non c’è stata nessuna risposta e questo dimostra come la situazione sia paradossale. Ricordiamo che il reddito di cittadinanza è stato introdotto con decreto legge, quindi per una situazione che la nostra Costituzione definisce di eccezionale necessità e urgenza, che è stata fatta tutta la giusta retorica sull’importanza di rimuovere immediatamente la povertà, e poi per i soli stranieri si ferma tutto a tempo indeterminato perché ovviamente in questo caso non c’è una scadenza. Se valesse la tesi dell’INPS, ovvero finché non esce il decreto tutti restano senza niente, sarebbe ancora più intollerabile che il legislatore e l’amministrazione si aggroviglino in un vicolo cieco da cui non si capisce come uscire».

Se il vostro ricorso dovesse essere accolto, quali sarebbero le conseguenze, tanto sulle persone beneficiarie quanto sulla legge stessa?

«Quello che abbiamo chiesto ai giudici è ordinare di ripartire con l’esame delle domande degli stranieri. Se il giudice lo dovesse accogliere, allora dovrebbe ordinare all’INPS di ripartire con l’esame delle domande a parità di condizioni con gli italiani, cioè come se quella norma di legge non ci fosse, e infatti noi non abbiamo fretta che esca questo decreto, che a nostro avviso conterrebbe comunque delle difficoltà e creerebbe ulteriori disparità e complicazioni. Se il decreto non esce, il giudice ordina che si esaminino le domande e la questione si risolve da sé, senza nemmeno la necessità di abrogare quella norma introdotta in sede di conversione. Se nel frattempo invece il decreto dovesse uscire, valuteremo se e come contestarlo, ma mi sembra che le prime dichiarazioni del presidente dell’INPS quando è ritornato un po’ all’attenzione questo problema siano nel senso di una sollecitazione a cancellare la norma o a renderla comunque inapplicabile».

Come si potrebbe fare?

«La cosa migliore è l’inerzia: non ne facciamo niente di questo elenco e ripartiamo con l’esame delle domande basandoci sull’ISEE degli italiani e degli stranieri, messi nelle stesse condizioni, tutti obbligati a dichiarare redditi e patrimoni all’estero, li esaminiamo, se abbiamo i rapporti con i Paesi d’origine per attuare tutte le periferiche necessarie con calma, ma intanto la prestazione dev’essere data come succede per gli italiani. Quanti ISEE vengono controllati degli italiani e poi si scoprono magari delle carenze e delle irregolarità. È giusto, perché gli ISEE vanno sempre controllati, però non si può impedire a qualcuno di uscire dalla povertà perché solo per lui tutto dev’essere fatto prima».

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