Iraq, un’altra piazza Tahrir
Radio Beckwith evangelica

I simboli e i luoghi nella storia tendono a ritornare, magari carichi di significati differenti. È il caso di uno tra i canti più famosi della resistenza italiana, quel “Bella ciao” che oggi, grazie soprattutto a una nota serie televisiva, ritroviamo nelle proteste giovanili di tutto il mondo, anche dove la storia di quella canzone non è completamente nota. In altre occasioni, la ripetizione è soltanto apparente: in questi giorni è possibile vedere una bandiera rossa, bianca e nera sventolare in piazza Tahrir, nome del luogo chiave della rivoluzione egiziana del 2011. Eppure, quella non è la bandiera egiziana, bensì quella irachena, e Piazza Tahrir non è quella del Cairo, ma quella di Baghdad: dal primo ottobre, infatti, in Iraq sono cominciate manifestazioni popolari contro la corruzione diffusa in tutto il Paese.

Un’altra piazza Tahrir, quindi, segnata anche questa volta, come fu nel 2011 in Egitto, da una durissima repressione, al punto che le forze di sicurezza hanno deciso di circondare l’area e di bloccare i ponti d’accesso per imporre il coprifuoco. Il bilancio della reazione alle manifestazioni è gravissimo: almeno 100 persone sono state uccise, mentre più di 6.000 sono rimaste ferite. Secondo diversi analisti, si tratta di un punto di svolta nella politica dell’Iraq, che nell’immaginario occidentale è completamente appiattita sulla guerra del 2003, come se dalla demolizione della statua di Saddam Hussein la storia del Paese si fosse congelata. Tuttavia, le proteste di questi giorni, completamente spontanee e senza un vertice, un po’ come le manifestazioni di Hong Kong, sono lontanissime da quel clima. I manifestanti sono per lo più giovani uomini, tra i 19 e i 30 anni, molti di loro disoccupati, scesi in piazza «dopo un anno di un governo che ha promesso di cambiare il Paese, di dare giustizia, di fermare la corruzione» e che finora non ha mantenuto l’impegno, come racconta Ismaël Dawood, Civil Society Officer dell’associazione Un ponte per…

Quali sono le rivendicazioni dei manifestanti?

«Questi giovani chiedono un futuro per il loro Paese, posti di lavoro e servizi di base come acqua e corrente elettrica, e chiedono per la loro vita di ogni giorno una dignità che non hanno mai trovato».

Tutto è cominciato il primo ottobre a Baghdad. Due giorni dopo, il Primo Ministro Adel Abdul Mahdi, insediato 12 mesi fa, ha ribadito il proprio impegno alla lotta alla corruzione, affermando di aver “recepito il messaggio della piazza”. Ma nelle strade quale reazione è arrivata da parte della politica?

«Una reazione allucinante da parte della polizia. Da subito hanno cominciato non soltanto a sparare in modo diretto ai manifestanti, ma li hanno seguiti nelle piccole strade, li hanno picchiati, li hanno arrestati e uccisi. Stiamo parlando di un bilancio che è arrivato, ormai, purtroppo, a 110 persone uccise tra i giovani non soltanto a Baghdad».

Ecco, questa protesta non coinvolge soltanto Baghdad, ma anche il resto del Paese, giusto?

«Certo. Dopo Baghdad ci sono state manifestazioni anche a Nassiriya e nelle piccole città, come al-Amara o Basra. Stiamo parlando del sud iracheno, una zona che ha contribuito fortemente ai combattimenti contro Daesh, contro il terrorismo. Alcuni dei familiari di questi giovani hanno partecipato fortemente alla liberazione dell’Iraq dal Daesh, però dopo due anni aspettano che qualcosa cambi, che questa corruzione si fermi, che questa casta politica risponda alle loro esigenze di base, e questo non è avvenuto. Questo governo ha continuato l’oppressione di questi manifestanti, c’erano addirittura cecchini nei palazzi più alti che sparavano contro i giovani».

Parliamo della dimensione politica di questa protesta: quali sono i simboli scelti dai manifestanti?

«I giovani escono di casa con una bandiera in una mano e un telefonino nell’altra: una bandiera per dire che siamo iracheni, senza simboli di partito o di religione o di altre realtà, con un’identità irachena rappresentata dalla bandiera che i giovani hanno portato in ogni città. E poi il telefonino per registrare tutto».

Ecco, nonostante la volontà di registrare tutto questa protesta ha avuto poca visibilità. Che cos’è successo?

«I manifestanti non hanno avuto modo di raccontare al mondo quello che succede, perché non c’era Internet, visto che questo governo ha tagliato il sevizio. Prima hanno provato a bloccare tutti i siti di social media, soprattutto Facebook e Twitter, che per gli iracheni è stato un mezzo per comunicare quello che è successo, però i giovani hanno trovato un modo per arrivare comunque e per mandare notizie, utilizzando tecniche alternative, quindi il governo ha deciso di tagliare Internet. Stiamo parlando di una risposta molto molto dolorosa per i giovani».

Oggi la piazza appare calma. La protesta è già finita o si prepara a ripartire?

«Non lo sappiamo. È vero che oggi la piazza è calma, ma i giovani aspettano sicuramente un’altra opportunità per esprimere il loro parere. Purtroppo questo sistema politico è difficile da riformare, perché stiamo parlando di un sistema di corruzione che ha coinvolto tutta questa casta politica, per la quale è importante mantenere il settarismo e le divisioni. Vedo molto difficile che cambi qualcosa, ma è anche molto probabile che i giovani riprendano la strada, fosse anche tra un mese o un anno, ma torneranno. Ricordiamoci che queste proteste sono nate nel 2011, quindi questa è una nuova generazione di giovani che hanno partecipato alla protesta, questa volta quella di chi non ha vissuto l’Iraq prima del 2003, ovvero quelli che sono nati dopo la guerra o pochi anni prima».

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