L’Iraq del nord è ancora un territorio ferito
Radio Beckwith evangelica

Domenica 10 novembre cinque militari italiani sono stati feriti dall’esplosione di una mina mentre viaggiavano a bordo di un veicolo corazzato nella zona tra Kirkuk e Sulaymaniya, nell’Iraq del nord: tre di loro, secondo il ministero della Difesa italiano, sono in condizioni gravi, ma non in pericolo di vita.

La prima reazione da parte del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, è stata quella di confermare la missione italiana in Iraq, che coinvolge circa mille effettivi. Ma quali attività svolgono i militari italiani nell’area?

Ufficialmente si tratta di azioni di formazione, supporto e addestramento, riassunte nelle formule mentoring (ovvero addestramento in azione) e training (attività in poligono), insieme all’esercito iracheno e alle forze curde impegnate nelle operazioni contro il Daesh, che non controlla più alcuna area ma che rimane attivo in tutta la zona che fu occupata dal 2014 con l’intenzione di costituire un nuovo Califfato guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, tra Iraq e Siria. Rimangono ancora alcuni dubbi sul luogo esatto in cui è avvenuto l’attentato, indicato in modo generico dallo Stato maggiore della Difesa come “area di Kirkuk”, ma che secondo alcune fonti potrebbe essere in realtà un centinaio di chilometri a sud della città, altre a Sulaymaniya, in pieno Kurdistan iracheno.

Inoltre, tre dei soldati feriti appartengono al Gruppo operativo incursori Comsubin della Marina, mentre gli altri due al nono reggimento d’assalto dei paracadutisti del Col Moschin dell’Esercito.

Al di là delle formule, questo è un dato rilevante, perché non è chiaro quale sia l’impegno dei soldati italiani appartenenti alle truppe speciali: è possibile immaginare che si tratti di assistenza durante le operazioni contro le cellule nascoste del Daesh, più che di operazioni di sminamento, come ipotizzato nelle prime ore. L’area di Kirkuk, infatti, è estremamente delicata sotto questo punto di vista, e in queste settimane è in corso una vasta azione antiterrorismo condotta dai peshmerga curdi, le forze armate della regione. Anche per questo motivo, un’operazione in corso di ampia portata, non è detto che la bomba fosse diretta ai soldati italiani, ma piuttosto legato alle misure di difesa delle aree dove l’Isis è ancora presente. Sulla vicenda è stata aperta un’indagine della Procura di Roma, che sta lavorando per accertarne la dinamica e le implicazioni.

Questo nuovo capitolo delle attività italiane in Iraq impone ancora una volta riflessioni sull’opportunità o meno di questa presenza: tra il 2003 e il 2017 sono stati spesi quasi tre miliardi di euro per i contingenti militari in Iraq. «Nel 2006 – racconta Alfio Nicotra, co-presidente dell’associazione Un Ponte Per…, attiva da molti anni nell’area – il contingente, grazie alla pressione del movimento pacifista e alle iniziative popolari, venne ritirato dal governo Prodi», ma quella fu soltanto una parentesi: «venne inviato un nuovo contingente, attualmente formato da 800 militari, nel 2015 tramite il governo Renzi con l’operazione a tutela della diga di Mosul, un appalto consegnato a una multinazionale italiana, la Trevi. Ai tempi avevamo sollevato problemi anche su questo fatto morale che le forze armate italiane si muovessero per tutelare un interesse privato».

C’è un dato che suona particolarmente stonato: per ogni sette euro spesi in missioni militari in Iraq, soltanto uno è stato destinato alla cooperazione per lo sviluppo. «Pensiamo – avverte Nicotra – a cosa sarebbe stato l’Iraq e quella zona anche in termini di contrasto culturale e politico del radicamento di Daesh dello Stato Islamico se quei soldi li avessimo spesi per lo stato sociale, le scuole e gli ospedali». L’area del Kurdistan iracheno, infatti, avrebbe particolarmente bisogno di investimenti in questa direzione.

Dallo studio dedicato alla coesione sociale nell’area realizzato nel 2019 dal Norwegian Church Aid e dalla Church of Sweden, emerge quanto la società nelle aree che furono occupate o minacciate dal Daesh sia particolarmente fragile. «Alcuni risentimenti e conflitti – si legge nel documento – sono radicati in profondità e risalgono allo sfollamento forzato e all’assimilazione di diversi gruppi sociali intrapresi dalle amministrazioni irachene dalla metà degli anni ‘70 fino al crollo del regime di Saddam Hussein nel 2003, quello che divenne noto come il “programma di arabizzazione”. Le condizioni di sicurezza si sono rapidamente deteriorate nel periodo tra la caduta di Saddam Hussein e l’emergere dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL). Il numero di morti civili per violenza è salito dal rappresentare in media circa l’11% delle morti totali di questo tipo in Iraq nel 2003-2007 a circa il 26% nel 2008-2013». Inoltre, l’illusione che con la fine del Daesh ci si fosse lasciati ogni trauma alle spalle si è rivelata tale sin da subito. «Nonostante la sconfitta dell’ISIL e la liberazione del territorio sotto il suo controllo, rimangono le tensioni e la ripresa di conflitti violenti è un rischio reale. La mancanza di politiche unificate e praticabili sui membri e sostenitori dell’ISIL, lo sfollamento e la proliferazione degli attori della sicurezza sono tre fattori identificati che aumentano il rischio di conflitti etnici e settari».

La missione italiana in Iraq è una delle 37 in cui l’Italia è impegnata, di cui 35 internazionali in 22 Paesi tra Europa, Mediterraneo, Africa, Medio Oriente e Asia con l’impiego di 5.700 tra uomini e donne di stanza all’estero. Si tratta in gran parte di missioni di addestramento, come in Iraq, o di peacekeeping, come la missione Unifil in Libano, nata nel 1978 ma che dal 2006, al termine dell’ultimo conflitto fra Israele e il Libano, è stata rafforzata ed ha il compito di presidiare la linea di confine fra i due Paesi. Ma al di là dei numeri, c’è una certezza che viene confermata dall’attentato di domenica 10 novembre: nonostante etichette come peacekeeping o addestramento,

non esistono missioni prive di rischi, come ribadito sul Messaggero dal generale di Corpo d’armata, oggi in pensione, Gian Marco Chiarini, secondo cui «la protezione totale è inesistente».

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