La complessità genetica degli antichi Romani
Radio Beckwith evangelica

Il 7 novembre è stato pubblicato sulla rivista Science uno studio che ha analizzato il DNA di 127 individui rinvenuti in 29 siti archeologici di Roma e dintorni che coprono un arco cronologico di circa 12.000 anni. Dai dati raccolti emerge che Roma ha rappresentato per millenni un punto di incontro di popolazioni diversissime tra loro. Tracce di DNA riconducibili a comunità degli attuali Ucraina e Iran, o ancora della penisola anatolica raccontano di migrazioni, spostamenti e passaggi antichissimi, di cui si era (quasi persa la memoria). Gli autori dello studio si sono detti molto stupiti dei risultati ottenuti, non ci si aspettava una diversità genetica così ampia già in periodi precedenti alla fondazione di Roma. Questo stupore è stato naturalmente amplificato dai media, che nella narrazione della notizia (come spesso accade in campo storico-archeologico) hanno puntato sull’elemento emotivo, sulla meraviglia e sul mistero. La genetica dei Romani rivela multietnicità! L’antica Roma era una città di immigrati, sono solo alcuni esempi dei titoli che sono comparsi su alcune testate di stampa italiana. Eppure, per chi lavora nel settore queste sono tutt’altro che novità.

È impensabile, ad oggi, pensare alla storia di Roma senza parlare di multietnicità, di immigrazione, di integrazione. Gli schemi interpretativi adottati attualmente dalla ricerca storica e da quella archeologica fanno in particolar modo riferimento a modelli culturali o materiali nel senso archeologico del termine. Possiamo indagare gli spostamenti di persone e idee attraverso lo studio di ciò che di queste persone rimane, ovvero oggetti, costruzioni, iscrizioni. Queste attestazioni vengono lette in funzione del fatto che rappresentano le manifestazioni fisiche di ciò che producevano (quindi pensavano) popolazioni del passato. In questo modo nella distribuzione degli oggetti si può leggere un riflesso degli spostamenti ma anche dei rapporti che intercorrevano tra le diverse genti: conflitti, commerci, scambi, influenze, tutto è raccontato dagli oggetti (e dalle iscrizioni in età storica).

Per quanto riguarda Roma, da tempo la storia e l’archeologia hanno messo in evidenza come l’Impero non solo fosse multietnico, ma che da questa complessa composizione di popolazioni traesse la sua forza. In piena età imperiale tutti coloro che nascevano in condizione libera entro i confini dello Stato avevano cittadinanza romana, e Romani si consideravano. Attualizzando, è come se oggi chiunque nasca in un paese dell’Unione Europea si considerasse prima Europeo che italiano o francese. Non che la componente territoriale venisse meno, ovviamente: ancora possiamo riconoscerla in particolari produzioni o nell’onomastica, ma la concessione di diritti agli abitanti dell’Impero era generalizzata.

Quindi, dal punto di vista storico-archeologico era già noto che i Romani non fossero, di fatto, romani. Lo studio della genetica ci consente di risalire indietro nel tempo, oltre alla grande complessità culturale dell’Impero.

Questo studio sul DNA ci racconta di un’Italia al centro di spostamenti più antichi, precedenti alla strutturazione di un polo accentratore. Tornano in mente le vicende di Enea, che da Troia sullo Stretto dei Dardanelli giunse nell’antico Lazio e i cui discendenti fondarono l’Urbe. Lontani dal dire che questa leggenda abbia un fondo di verità, forse nel mito fondativo troviamo un ricordo: resta la memoria di spostamenti così antichi da rendere impossibile (e forse inutile) cercare di ricostruire i nomi delle popolazioni e delle persone che si mossero verso l’Italia centrale. E allora il mito ricama, costruisce una memoria che poi sarà condivisa da tutti coloro che si pensano Romani.

Una memoria immateriale e una memoria materiale registrata nei geni, strettamente mescolate. Un’ulteriore conferma del fatto che ogni popolo non è un monolite: le persone si adattano alle contingenze, si spostano e si integrano. Solo grazie ai movimenti, sia culturali che spaziali, le comunità umane sono quelle che noi oggi conosciamo, sempre in movimento, sempre pronte a cambiare.