La storia di Amerigo e del treno dei bambini
Radio Beckwith evangelica

Risale agli ultimi giorni l’appello lanciato da Unicef: nel 2020 saranno 59 milioni i bambini di ben 64 Paesi che avranno bisogno di aiuto. Bambini costretti a lasciare le proprie case che hanno bisogno di supporto e protezione. La causa principale di questa emergenza sono i conflitti, insieme alla fame, alle malattie infettive e agli eventi meteorologici estremi collegabili al cambiamento climatico.
Un’operazione di larga portata e una raccolta fondi partita dai canali ufficiali dell’associazione si sono poste l’obiettivo di curare i 5,1 milioni di bambini malnutriti, di vaccinarne contro il morbillo 8,5 milioni e portare l’acqua potabile per la casa e l’igiene personale a 28,4 milioni di persone. Questi, e tantissimi altri, sono i servizi indispensabili di cui soprattutto i bambini nel mondo necessitano ma di cui non possono usufruire.
 

Nella storia di un’Italia giovanissima sono rimaste incastrate nelle pieghe altre storie, altri ricordi. Dettagli di vite, esperienze e piccole rivoluzioni che ne hanno cambiato e salvato l’identità a piccoli passi. Una di queste storie è iniziata in stazione. Più precisamente in tutte le stazioni del Meridione del dopoguerra italiano.
Amerigo ha 7 anni quando sua madre lo recupera al volo dai vicoli di Napoli e gli promette una vita migliore, vestiti nuovi e scarpe comode. Deve solo salire su di un treno e la sua vita, per un tempo indefinito e dilatato, si potrà trasformare, diventare migliore.
Un viaggio verso il nuovo, il bello e il desiderio frenetico e infantile di scoprirlo subito, di vederlo immediatamente per capire il suono della felicità, dell’abbondanza e del calore. Un viaggio, però, che diviene anche separazione e addio, rottura e lacerazione umana, emotiva di un legame profondo e unico. Quello tra madre e figlio, tra infanzia e vita adulta, tra casa e ignoto.

La storia di Amerigo non è una storia unica, è un racconto collettivo che Viola Ardone (Napoli, 1974) ha deciso di raccontare a seguito di un incontro, un tuffo nel passato, una storia vera e quasi nascosta di un’Italia che se si sente raccontare così, oggi fa stupire e commuovere.
“Il treno dei bambini”, edito per Einaudi editore, uscito in libreria questo autunno, è diventato il caso editoriale italiano dell’ultima Fiera di Francoforte, è in corso di traduzione in 25 lingue e sta avendo un riscontro interessato da parte dei lettori italiani.
«È una storia di coraggio e di disperazione» dichiara l’autrice nelle interviste. Sentimenti che si possono accostare, senza ombra di dubbio e senza sfiorare pietismi, ai titoli e alle storie che ancora oggi si leggono sui quotidiani, nelle testimonianze dei sopravvissuti nel Mediterraneo e nei documentari tosti e necessari. Quello di Amerigo che sale su di un treno della stazione di Napoli e raggiunge la città di Ancona è un racconto lontano ma anche molto vicino a noi.

«I bambini dai 4 ai 12 anni poveri, senza genitori, tantissimi bambini di strada: furono affidati ad altre famiglie in modo che potessero superare l’inverno.»
Dal 1945 al 1952 sono stati circa 70.000 i bambini partiti dal Sud al Centro e Nord Italia.
Tutti quanti lasciati partire da famiglie e da situazioni di indigenza e impossibilità, di sofferenza e malattia, malnutrizione e rischi troppo grandi per le giovani vite e i futuri possibili per loro. Il tutto grazie all’organizzazione del Partito comunista e dell’Unione delle donne italiane; capi e coordinatori di un’operazione impeccabile e magistralmente orchestrata. In sottofondo, la generosità e l’altruismo di un’Italia antica e bellissima, priva di tanto ma piena di un’amore incolmabile.
“Il treno dei bambini” è una storia di coraggio e di disperazione sì, ma soprattutto di amore e forza e di una sorprendente umanità tutta italiana di cui ci si dovrebbe ricordare un po’ più spesso.

Il treno dei bambini, Viola Ardone, Einaudi, 248 p., 17,5 euro  

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