Iraq, tra buone notizie e una rivoluzione in bilico
Radio Beckwith evangelica

Scomparsi nel nulla tra il 10 e l’11 dicembre scorsi a Baghdad, l’attivista per i diritti umani Omar Khadhem al-Ameri e l’ambientalista Salman Khairallah sono stati liberati martedì 17. La loro vicenda aveva ottenuto una certa rilevanza anche sulla stampa europea grazie al lavoro di giornalisti e attivisti che hanno cercato, giorno dopo giorno, di non lasciar cadere nel nulla questo ennesimo caso di sparizione forzata. Tra di loro, la giornalista italiana Sara Manisera, che ha seguito le proteste sin dall’inizio di ottobre, quando le piazze avevano cominciato a riempirsi. «Salman e Omar – racconta – sono due giovanissimi, hanno 27 e 28 anni. Salman è il direttore esecutivo di Humat Dijlah, che è un’associazione locale che si occupa della protezione del Tigri e dell’Eufrate e della protezione del patrimonio culturale iracheno. Omar è un difensore dei diritti umani, un attivista, un cittadino impegnato nella società civile irachena, entrambi portatori di valori e di pace all’interno della piazza, due simboli anche diciamo positivi all’interno delle dinamiche di piazza».

Quella repressiva è una tendenza che abbiamo già raccontato diverse volte come abbastanza stabilita durante questa stagione di proteste. C’è stato un punto di rottura in qualche momento tra l’inizio delle proteste e l’inizio della repressione?

«I primi giorni la piazza è stata più agitata, con migliaia di cittadini che sono scesi anche in maniera disorganizzata all’interno della piazza. A partire poi dal 25 ottobre si è strutturata un’organizzazione che continua dopo due mesi, quindi Piazza Tahrir a Baghdad, così come tutte le altre città del sud dell’Iraq, Nasiriyah, Basra, Najaf, Amara, sono letteralmente occupate dai cittadini, dai giovanissimi con tende a accampamenti giorno e notte. Il momento di rottura è stato in realtà fin dall’inizio, perché in questi due mesi di proteste ci sono stati più di 450 morti causati dalle forze di sicurezza contro le piazze pacifiche, nei confronti di giovani cittadini iracheni che reclamano diritti, dignità e giustizia sociale. Parallelamente alla violenza delle forze di sicurezza è stato utilizzato proprio il metodo delle sparizioni forzate: nella sola giornata di venerdì a Baghdad sono sparite 80 persone di cui 30 poi rilasciate. Insomma, questo è il clima che si respira, tant’è che molti giovani dicono “potrei essere io il prossimo”».

La protesta nasce come moto anti-corruzione, contro lo stallo politico, con una fortissima componente generazionale. E rimasta tale o nel frattempo si è allargata? Questa protesta è diventata qualcosa che non riguarda soltanto i giovani?

«Sicuramente c’è bisogno di una rottura politica e di una decisione istituzionale per bloccare la protesta irachena. Quello che però ho potuto vedere io in queste settimane è una nuova generazione di iracheni, con il cellulare in una mano e la bandiera irachena nell’altra. Sono uniti, non c’è più quella divisione su base settaria, sono uniti con un unico obiettivo, reclamare i propri diritti. Sono una generazione di ragazzi cresciuti a cavallo del 2003, che oggi si trovano ad avere 18 o 20 anni, 25 al massimo. Voglio ricordare anche qualche dato: il 60 per cento della popolazione irachena ha meno di trent’anni, quindi stiamo parlando di uno Stato molto molto giovane che rifiuta le dinamiche settarie portate avanti dalle generazioni precedenti. Penso che già questo sia un dato molto interessante nella lettura di un Paese che a 16 anni dall’invasione americana del 2003 si vuole rimettere in piedi, ma soprattutto reclama diritti, dignità e giustizia sociale, perché è un che produce petrolio ma in cui un cittadino su cinque vive sotto la soglia di povertà, è un paese in cui non c’è l’elettricità in maniera continuativa e quindi si deve pagare un generatore per poter avere l’energia elettrica. La stessa cosa vale per l’acqua. Stiamo parlando di un’assenza di servizi essenziali che va in parallelo con una classe politica corrotta che per 16 anni si è spartita la torta delle risorse irachene».

Esiste una via d’uscita politica?

«Ritengo sia molto difficile perché ci sono comunque delle dinamiche geopolitiche che hanno un’influenza sul Paese, prima di tutto la presenza delle milizie filo iraniane che sono la longa manus dell’Iran all’interno del Paese iracheno. Viene difficile pensare che l’Iran si estrometta e scelga di togliersi dalle dinamiche politiche interne, e la stessa cosa la possiamo dire per l’altro grande alleato, perché gli Stati Uniti sono comunque ancora presenti nel Paese. Quello che è necessario in questo momento è una pressione internazionale affinché si metta in moto il processo di transizione politica e costituzionale, che è quello che chiede la piazza, quindi un cambiamento anche della Costituzione possa avvenire in maniera pacifica. Se questo non avviene, è molto probabile che si spinga questa rivoluzione più verso un conflitto. E questo è quello che i giovani iracheni vogliono evitare».

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