Gioco d’azzardo: la Regione mette il freno

Nel maggio del 2016 è stata emanata una legge che riduce l’utilizzo dei dispositivi. La nostra inchiesta sul lento e graduale adeguamento delle amministrazioni comunali.
14 settembre 2017
Immagine: via Pixabay

Passi avanti nella lotta al gioco d’azzardo?

Dopo l'accordo con il Governo, si attende il decreto del 31 ottobre

Il 7 settembre c’è stato l’accordo sul riordino del settore del gioco d’azzardo in Conferenza Unificata Stato-Regioni e Enti Locali, che ha concluso un percorso lungo un anno e mezzo. Tra le conferme operative dell’incontro vi sono il dimezzamento in 3 anni dei punti gioco in Italia, la sostituzione dei dispositivi più vecchi, rimpiazzati con altri collegati con i Monopoli di Stato, e soprattutto la possibilità per i sindaci di scegliere le fasce orarie di chiusura e la distanza da luoghi sensibili come scuole e chiese.

Ora occorre attendere però il decreto attuativo di fine ottobre. Ne abbiamo discusso con Marco Dotti, docente all’Università di Pavia, autore di diversi libri sul gioco d’azzardo, collaboratore del periodico Vita e tra i fondatori del movimento NoSlot.

Cosa cambia realmente con questo accordo?

«Giunge dopo più di un anno di dibattito, acceso e critico, e partiva da una bozza di accordo di più di un anno fa che era inaccettabile perché toglieva ogni potere agli enti locali. Questo accordo, pur avendo molte criticità, dovrebbe garantire autonomia e potere ai sindaci, regioni ed enti locali nel contrasto al gioco d’azzardo. Potremmo giudicare nel concreto se questa svolta è positiva dopo il 31 ottobre, quando il Ministero dell’Economia emanerà un decreto che dovrà attuare questo accordo.

Stando alle buone intenzioni, ci sono, e sono state messe per iscritto. Sono abbastanza ottimista perché se il decreto dovesse andare in un’altra direzione verrebbe tradito tutto il patto. A ottobre comincia a essere in discussione anche la legge di bilancio dello stato, ed è un momento delicato. Ma Baretta, sottosegretario al Mef che ha gestito l’accordo da parte del Governo, ha dichiarato che ci sarà il decreto e recepirà in toto l’accordo».

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8 settembre 2017

Gioco d’azzardo, il percorso del Piemonte

Un anno fa la regione si dotava di una legge sul gioco d’azzardo patologico: Paolo Jarre (Asl To3) commenta i dati del report della Società Italiana Tossicodipendenze

A oltre un anno dall’entrata in vigore della Legge Regionale sul gioco d’azzardo patologico, è ancora molta la strada da percorrere per arrivare a un’applicazione effettiva e capillare sui 1.202 comuni piemontesi. Lo rileva un report pubblicato dalla Sezione Piemonte e Valle d’Aosta della Sits, Società Italiana Tossicodipendenze, appena aggiornato. In particolare, è stato effettuato un monitoraggio sul grado di applicazione dell’articolo 6 della Legge Regionale da parte dei comuni.

Questo articolo impone ai comuni stessi di emanare ordinanze o regolamenti comunali mirati a creare «limitazioni temporali all’esercizio del gioco tramite gli apparecchi di cui all’articolo 110, commi 6 e 7 del r.d. 773/1931, per una durata non inferiore a tre ore nell’arco dell’orario di apertura prevista» degli esercizi commerciali che li contengono.

Ciò che è emerso dal report è che, a oggi, sono soltanto 163 le amministrazioni che hanno adempito: meno di una su sette. A una percentuale così bassa, però, fa da contraltare un’alta copertura di popolazione la cui offerta di gioco si è ridotta, in molti casi ben oltre i minimi richiesti di tre ore al giorno.

«Quello del numero di comuni adempienti è un dato da leggere con cautela – spiega Paolo Jarre, direttore del Dipartimento Patologia delle dipendenze dell’Asl To3 – perché in molti dei comuni che non si sono dotati di regolamento gli apparecchi neanche ci sono. C’è da dire, invece, che la maggioranza dei comuni con più di 10.000 abitanti ha emanato ordinanze e regolamenti e possiamo dire che oltre la metà dei piemontesi sia parzialmente protetta dall’invasività dell’offerta commerciale degli apparecchi su disposizione dei sindaci».

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