Puntata #3 – 24 febbraio 2018 – Il social credit e l’ossessione per il controllo
Radio Beckwith evangelica

La Cina è ossessionata dal controllo: nel Paese dell’imperatore-partito uscire dagli schemi non è scintilla creativa, ma fuoco distruttivo.

Scomodando presenti distopici e scenari opprimenti, molti giornali occidentali hanno raccontato il progetto del governo cinese di istituire un sistema di social credit che, in base ai giudizi ottenuti dai cittadini durante le loro attività quotidiane, li spinga a comportarsi in modo “sincero” e “affidabile”. In realtà le cose sono un po’ più complicate e sono parte di una più generale tendenza al controllo maniacale di cui oggi non si può fare a meno.

Gabriele ci racconta anche quali sono le domande che i cinesi gli fanno più spesso quando si parla di Italia, ammesso che ci si metta d’accordo sul fatto che non si sta parlando di Australia!

PLAYLIST

Nine Treasures – Sonsii
Mike Patton – 20 km al giorno

Di cosa parliamo oggi

Alla fine del 2016 il primo episodio della terza stagione di Black Mirror, una serie TV distopica britannica, dal titolo Nosedive, ipotizzava un mondo in cui ogni cittadino può dare un punteggio agli altri in base alle interazioni sociali, influenzando con il proprio giudizio il loro status socioeconomico. Si tratta di una narrazione che si inserisce in un filone che, da James Ballard a Marguerite Atwood, descrive dei “presenti alternativi” che spesso poi diventano anche strumenti con cui il giornalismo racconta scenari reali.

Questo sembra il caso di un modello che è quello del “social credit”: dall’edizione americana di Wired fino al Telegraph, in molti negli ultimi mesi hanno usato frasi come «Black Mirror diventa reale in Cina» per descriverlo. La storia però non è nuovissima, visto che già nel 2014 il governo cinese aveva annunciato un piano per la sua istituzione con orizzonte 2020.

Molto ruota intorno al concetto di affidabilità. Nel settembre del 2017 il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e il governo hanno emesso alcune opinioni che integrano il testo originale. Qui si legge che «se la fiducia è tradita in un ambito le restrizioni sono imposte anche in tutti gli altri». Per ora comunque non ci sono regole precise su come saranno utilizzati i dati sulla “sincerità”, ma le possibili conseguenze preoccupano.

Quello del social credit in realtà è soltanto un nuovo capitolo nelle politiche di controllo del governo cinese, che nella stampa occidentale è spesso usato come un paradigma di oppressione. È un modello che non si limita alla semplice sorveglianza, tipica di moltissimi dispositivi anche del “nostro” mondo, ma ha in qualche modo lo scopo, più o meno dichiarato, di costruire e plasmare un’adesione a un modello di uomo, di cittadino, che sia “in armonia” con quello che ha in mente il governo centrale. L’imperatore-partito ha bisogno di spazi ben definiti, ben delimitati, un po’ come quelli disegnati dall’urbanistica, e solo al loro interno le cose possono funzionare.

Spesso raccontiamo la Cina come un Paese che copia il resto del mondo, lo riproduce in serie e in scala più grande. Ecco, in questo caso il percorso di “copia” della società occidentale del controllo che già si denunciava tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila ha completato il giro, al punto che oggi è la Cina che potrebbe fare da ispirazione per il resto del mondo.