Puntata #11 – Il caso Weibo–Lgbt, mentre le due Coree parlano di “pace definitiva”
Radio Beckwith evangelica

La prima storia di oggi si muove sul principale social network cinese, Weibo, che insieme a WeChat domina il mercato dei social media in Cina. Diciamo che si tratta di una specie di incrocio tra Twitter e Facebook. Venerdì 13 aprile Weibo aveva annunciato la cancellazione dalla sua piattaforma di ogni contenuto pornografico, violento e omosessuale. Pochi giorni e molte proteste dopo, però, il social network è tornato sui suoi passi, comunicando che il provvedimento non colpisce le tematiche Lgtb. Si dice che sia stata proprio la reazione virale degli utenti di Weibo a indurre il social media alla ritirata, ma questo non verrà mai ammesso perché il successo di un movimento spontaneo è considerato dalle autorità un pericolo per la stabilità sociale.

Spostandoci invece sul 38mo parallelo, al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud, si guarda con interesse e speranza al 27 aprile, quando a Panmunjeom, il villaggio dove venne firmato l’armistizio del 1953, si terrà il summit intercoreano, segno di una nuova stagione diplomatica che sta caratterizzando il 2018 delle due Coree.

A proposito di diplomazia, Mike Pompeo, direttore della Cia e nuovo segretario di Stato, si sarebbe incontrato nel fine settimana di Pasqua a Pyongyang con Kim Jong-un per preparare il vertice tra lui e Donald Trump, previsto per maggio. Pompeo sarebbe andato a verificare se il programma missilistico-nucleare della Corea del Nord è effettivamente qualcosa di cui Kim è disposto a discutere.

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Di cosa parliamo oggi

Le giornate si allungano, ma le settimane sembrano sempre più brevi. Più che altro è che l’Asia è in grande movimento e quindi non si fa in tempo a prendere atto di un avvenimento o di una dinamica che questa viene scavalcata da quella successiva.

La prima storia di oggi si muove sul principale social network cinese, Weibo, che insieme a WeChat domina il mercato dei social media in Cina. Diciamo che si tratta di una specie di incrocio tra Twitter e Facebook. Ecco, Weibo aveva comunicato venerdì 13 aprile la cancellazione dalla sua piattaforma di ogni contenuto pornografico, violento e omosessuale.
Teniamo conto che in Cina l’omosessualità non è un reato, anzi, non è nemmeno illegale dal 1997 e non è più considerata una malattia mentale dal 2001. Eppure, anche se l’accettazione sociale dell’omosessualità e dell’omoaffettività ha fatto notevoli passi avanti, restano dei problemi. Per capire il livello di efficienza, alla sera del 13 aprile Weibo annunciava di aver già «rimosso oltre 56.000 post irregolari, oscurato 108 account e 62 topic».

IO: Ho letto un articolo circolato sulla rete cinese che era molto interessante: non diceva “l’amore omosessuale non è sbagliato”, diceva invece che, nel momento in cui accade, l’amore è sempre sbagliato da un punto di vista razionale. E continuava facendo degli esempi. Spesso l’amore è sbagliato per la differenza di classe, come nel caso del principe che sposa la cenerentola di turno. Oppure è sbagliato per a differenza d’età, come nel caso di Macron e di sua moglie Brigitte. Ecco dunque che se in ogni amore c’è quacosa di sbagliato, che rompe con la normalità del quotidiano, nessun amore in fondo è sbagliato.
Un altro articolo ironizzava dicendo che la seconda economia del mondo – la Cina – riesce a tenere insieme 56 gruppi etnici e due sistemi in un solo paese, in riferimento alla formula “un Paese, due sistemi” per distinguere la Cina continentale e Hong Kong. Tiene insieme fratelli sparsi per i Quattro Mari – cioè i cinesi delle varie chinatown di tutto il mondo – e non può tenere insieme due orientamenti sessuali.

Questi articoli fanno parte delle proteste che si sono scatenate proprio dopo il comunicato di Weibo che prometteva di tagliare tutti i contenuti LGBT, assimilando di fatto pornografia, violenza e omosessualità. Il tutto discende dalle recenti leggi del governo contro la pornografia che avevano nel mirino anche fumetti e manga.

Questa ondata di proteste, divenuta virale in rete, è avvenuta al grido wo shi tongxinlian, io sono gay. Cioè la gente postava sui social media una propria foto – spesso molti membri della comunità LGBT postavano foto di coppia, con il propio compagno o compagna – con la scritta “io sono omosessuale”. Ma la protesta si è spostata anche fuori dalla rete: per esempio a Nanchino, durante la maratona che c’è stata lo scorso weekend, un gruppo di concorrenti ha inalberato bandiere arcobaleno.
Ora si dice che sia stata proprio la reazione virale degli utenti di Weibo a indurre il social media alla ritirata, ma questo non verrà mai ammesso perché il successo di un movimento spontaneo è considerato dalle autorità un pericolo per la stabilità sociale. Cioè, finché l’omosessualità entra nelle pratiche quotidiane, individuali, allora può andare. Anzi, mi azzardo a dire che la società cinese fa passi avanti molto più rapidi che la nostra società italiana. Ma quando si passa invece alla rivendicazione di diritti da parte di un movimento LGBT organizzato, allora lì no. Perché il Partito comunista non tollera nessuna organizzazione al di fuori del proprio controllo.
Io conosco quelli del centro LGBT di Pechino su cui ho già fatto un paio di storie e ciò che mi comunicano sempre è una grande attenzione a non varcare quel confine tra l’associazione che informa e offre dei servizi e l’organizzazione militante, che rivendica. Se si varca quel confine, arriva la repressione.

Insomma, le tematiche omosessuali restano un campo di battaglia a cavallo tra società e politica.
Già nel giugno del 2017 la China Netcasting Service Association, organizzazione non governativa gestita dalle autorità che regolano Internet aveva emesso nuove regole che, anche allora, volevano vietare i contenuti omosessuali. E non è escluso che Weibo abbia cercato di conformarsi a quelle regole, per poi fare dietrofront di fronte all’insurrezione.

Allora ci fu una netta presa di posizione della Lega della Gioventù Comunista della provincia del Fujian che disse: “No, l’omosessualità non è una malattia mentale. Abbandonate i vostri pregiudizi, potete farcela”. Fu un gesto molto importante. Ecco, quando e se il Partito comunista deciderà di sdoganare totalmente le tematiche omosessuali, allora si volterà pagina. Certo, deve fare i conti con i microfascismi al suo interno: la retorica della Cina superpotenza, lo sciovinismo han, e così via.

Oggi l’attitudine del governo sembra insomma quella di “non approvare, non disapprovare e non incoraggiare”. Insomma, un po’ come in Italia fino a non troppo tempo fa.

Lasciamo Pechino e la battaglia per i diritti civili e ci spostiamo un po’ più verso est, sul 38mo parallelo. Il 27 aprile a Panmunjeom, il villaggio sul confine tra Corea del Nord e Corea del Sud, dove venne firmato l’armistizio del 1953, si terrà il summit intercoreano, segno di una nuova stagione diplomatica che sta caratterizzando il 2018 delle due Coree.

Intanto, a proposito di diplomazia, Mike Pompeo, direttore della Cia e nuovo segretario di Stato, si sarebbe incontrato nel fine settimana di Pasqua a Pyongyang con Kim Jong-un per preparare il vertice tra lui e Donald Trump, previsto per maggio. Pompeo sarebbe andato a verificare se il programma missilistico-nucleare della Corea del Nord è effettivamente qualcosa di cui Kim è disposto a discutere.

D’altra parte, il presidente sudcoreano Moon ha detto che che la pace definitiva dopo 65 anni potrebbe essere l’orizzonte prossimo venturo e anche Trump ha lasciato intendere che potrebbe essere favorevole. Un’ipotesi che era già stata ipotizzata senza successo negli anni Novanta e nei primi anni Duemila.

Sarebbe una svolta storica e a rigor di logica implicherebbe conseguenze non di poco conto, come la fine delle sanzioni e forse il ritiro delle truppe statunitensi dalla Corea del Sud. Va ricordato che Corea del Nord e del Sud non possono firmare da sole il trattato di pace, ci vuole anche la firma di Cina e Stati Uniti, che parteciparono a quella guerra. Pechino è da sempre favorevole, Trump sembra aprire a questa possibilità

La soluzione della “pace definitiva” sarebbe di fatto la messa in sicurezza del regime di Pyongyang. È una soluzione che nessun presidente statunitense – democratico o repubblicano che sia – avrebbe mai accettato, nonostante la retorica che di solito fa ricadere tutte le colpe sul groppone della dinastia Kim. l’establishment statunitense non rinuncia al proprio eccezionalismo, all’idea di una missione da compiere, cioè far diventare sostanzialmente tutto il mondo come se stesso. Non avrebbe mai potuto riconoscere la Corea del Nord.
Ecco che invece arriva l’elemento di destabilizzazione, in bene e in male, Trump il quale, nel suo essere senza scrupoli, non ha neppure l’ansia di esportare la democrazia liberale. Trump di fatto ha già riconosciuto la Corea del Nord nel momento stesso in cui ha lasciato intendere la possibilità di incontrarsi con Kim Jong-un. Incontro che sarebbe previsto per il mese prossimo e siamo tutti qui a scommettere dove, come e quando, sempre che alla fine si faccia. È lecito dubitare fino all’ultimo.
La situazione resta complessa, potrebbe concludersi in un nulla di fatto e gli attori in gioco sono molti e con interessi non coincidenti. Ma è chiaro che il fatto nuovo dall’inizio del 2018 è proprio l’inversione di tendenza per cui dagli esperimenti missilistico-nucleari e dalle minacce si è passati alla diplomazia a tutto campo.

Siamo in una fase tale per cui addirittura, durante una conferenza stampa con i giornalisti, il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha fatto sapere che Kim Jong-un durante le prossime trattative di pace fra i due paesi non porrà come condizione il ritiro delle truppe americane dalla Corea del Sud. Se fosse vero, vorrebbe dire che la Corea del Nord ha cambiato radicalmente la propria strategia rispetto agli ultimi decenni, in cui ha chiesto più volte il ritiro delle migliaia di soldati americani che presidiano la Corea del Sud. Ma appunto, se ne saprà di più il 27 aprile, anche perché la notizia non è stata finora confermata dalla Corea del Nord.

Ora va per la maggiore la narrazione in base alla quale se Kim Jong-un ha messo la testa a posto – o per lo meno così sembra – bisogna ringraziare le strategia di “massima pressione” esercitata dall’amministrazione Trump: sanzioni economiche sempre più dure e minaccia militare. Ma se Trump è lo sbirro cattivo, noi sappiamo che da qualche parte ci deve essere anche lo sbirro buono, e questo è il presidente sudcoreano Moon Jae-in, cioè il socialdemocratico dalla mano tesa, l’uomo che tra una settimana scarsa si incontrarà con Kim. Lui ha sempre perseguito questo orizzonte della pace tramite coinvolgimento della Corea del Nord, un coinvolgimento soprattutto economico.
Per Moon la storica pace dopo 65 anni di guerra non combattuta ma ufficialmente ancora in corso si inserice in un progetto più ampio, di crescita economica condivisa tra le due Coree. Sa che questa promessa può sedurre Kim Jong-un.
Da quando è salito al potere nel 2011, Kim ha infatti più volte insistito sulla dottrina del Byungjin, che significa “doppio sviluppo”: nucleare ed economico. La deterrenza nucleare serve a stabilizzare il regime che quindi può dedicarsi allo sviluppo economico. Per altro, di questa crescita economica già si vedono segnali: la Corea del Nord non è più afflitta dalle carestie degli anni Novanta, un piccolissimo ceto medio va formandosi all’ombra della burocrazia di Stato e dei traffici più o meno leciti.
Ora, la pressione economica delle sanzioni morde e c’è il rischio che questa crescita economica potenziale muoia sul nascere.

Diciamo quindi che Moon Jae-in ha scommesso sul fatto che Kim possa scambiare il proprio programma nucleare per la crescita. Ma come dargli la certezza che, se dismette il nucleare, non farà la fine di un Saddam Hussein o di un Gheddafi? Ecco allora che lui stesso di fa garante di una pace definitiva e del riconoscimento della Corea del Nord da parte di Washington.

Nulla è già scritto, ci sono altri attori in gioco, Cina, Russia, Giappone che per motivi diversi temono un eccessivo avvicinamento tra Stati Uniti e Corea del Nord, ma hanno anche interesse che l’Asia nord-orientale si stabilizzi. I giochi sono aperti.
Bisogna comunque sottolineare i meriti di Moon Jae-in, che sta davvero camminando come l’acrobata sul filo e ha una visione.

Fino a qualche mese fa si sarebbe stati disposti a scommettere sulla rottura di quel filo, che tra l’altro prima dell’arrivo di Moon si stava ricoprendo di polvere, oggi invece le nostre certezze, come quelle sull’inaffidabilità di Kim e sulla voglia di guerra armata di Trump, vacillano un po’. Il che è certamente positivo.