DUMBO III – Periferie di Napoli, Scampia – Fiori tra le spine
Radio Beckwith evangelica

Le periferie sanno essere di una bellezza quasi sconvolgente.

Le periferie si contemplano, non si possono semplicemente guardare. Sembra non ci sia niente da vedere: per questo, appunto, si possono solo contemplare con la bocca aperta e gli occhi stretti, aguzzando la vista come sulla Settimana Enigmistica alla ricerca di particolari non ostentati, non così chiari o alla mercé di tutti e tutte.
Le periferie sono per chi ama l’arte, quell’arte che sa essere sofferenza e tormento ma anche desiderio di emancipazione, voglia di verità e desiderio di dedicare la propria vita alla creazione di bellezza.

Le periferie sono per chi ama l’arte che fa male, che sporca.

Amiamo le periferie di Napoli come amiamo il centro di questa meravigliosa città. Il centro di Napoli ci piace particolarmente perché è intriso di periferia. I primi bassi dei vicoli ci mostrano la direzione verso la quale cercare i sobborghi e i loro abitanti. La storica via Foria, che delimita a nord il nucleo antico della città partendo da piazza Cavour giungendo fino a piazza Carlo III, è lunga esattamente un chilometro e attraversa i quartieri Stella, San Carlo all’Arena e San Lorenzo. Via Foria sarebbe un anonimo vagone di seconda classe, se non fosse in realtà composto da mille e più vagoni di quarta classe, dall’Avvocata, Sant’Antonio Abate, dalla stessa Stella e dal rione Sanità.

Che sarebbe via Toledo senza la vita abbraccia tutta la città partendo dai Quartieri Spagnoli?

 

La periferia è per chi ama quella bellezza che sporca l’anima.

Le periferie sono rischi, meravigliosi rischi che ci fanno vivere in bilico, sono un dipinto di Hieronymus Bosch, un follo disordine che ci lascia a bocca aperta perché non conosce le geometrie e le forme di Raffaello e di Michelangelo.

Le periferie tremano come un sofferente Van Gogh, come i dipinti circensi di Picasso, anche se nelle sue viscere è una Guernica fin troppo terribilmente vera.

Bella e vera da far male.

 

Siamo a Scampia, fermata Piscinola della linea metropolitana 1.

Scampia devi almeno sfiorarla, quando vieni a Napoli. Devi attraversarla senza paura altrimenti rischi di non comprenderla.

Scampia non fa paura.

La sofferenza di Scampia fa paura a chi cerca di capirne il perché e le sue ragioni, una verità che si cerca senza pietà né riguardi.

A Scampia, come a Secondigliano, Piscinola, ci sono campi desolanti in cui “all’ombra dei fossi” non troviamo i faberiani “mille papaveri rossi” bensì mille siringhe bianche. E con queste, spesso accanto dopo averle gettate in terr, qualche ragazzo pronto a compiere sulla sua pelle gesti ormai rituali.

In queste periferie oltre ai fili d’erba di giardini pubblici disordinati e abbandonati, ci sono le siringhe. Quella bellezza nonostante che ricerchiamo assume un valore ancora più grande, proprio per questo.

Faber, sì.

Dai diamanti di via Petrarca e di via Chiaia, non nasce niente. E se nasce, nasce “nonostante”: è dal letame che nascono i fiori, le immagini, la poesia.

Non vogliamo fare retorica, semplicemente constatiamo come la bellezza possa, sì, germogliare nelle vie con i lussuosi negozi ma soltanto uno sguardo, per così dire, ribelle e attento può fissare quel luccichìo fino a perforarlo per scorgere l’odoroso letame al di sotto del superficiale profumo dei diamanti.

 

In queste periferie in cui stiamo trovando “la bellezza nonostante”, c’è solo un’unica speranza che forse non ci aspetteremmo così facilmente a Napoli: la poesia in musica di Fabrizio De Andrè. Ogni canzone, ogni testo del cantautore genovese è in grado di entrare nel cuore e nella pancia. Faber amava profondamente Napoli, una città dai mille volti da lui definita come “una città che si muove”. Sulla copertina dell’album Anime Salve l’epigrafe attrae la nostra attenzione, è di un certo anonimo napoletano del XX secolo:

Noi simme cori aridi
nimici della pace
quando due cori s’ammano
noi tutti ci dispiace

Lo sguardo senza pudore verso i meandri delle bassezze umane, verso i dispiaceri e i peccati, verso gli emarginati e la loro infelicità, sono al centro di tante canzoni di Faber, tra le quali troviamo Don Raffaè, brano incluso nell’album Le Nuvole.

Stiamo parlando di una vera e propria contestazione verso le invivibili condizioni delle carceri negli anni Ottanta, sull’assenza dello Stato, sulla non osservanza e il mancato rispetto delle regole da lui stesso promulgate e dalla predominanza delle organizzazioni malavitose.

 

Don Raffaè parla di un boss che è padrone di tutto, anche in carcere.

“Come sei riuscito a descrivere così bene la mia condizione?”: questa sembra sia stata la domanda posta a Faber da Raffaele Cutolo, vertice e fondatore della Nuova Camorra Organizzata. Questa domanda fu solo uno degli scritti che il boss spedì a De Andrè dando il via a una vera e propria corrispondenza tramite la quale Cutolo si permise di inviare anche alcune sue poesie. Faber rispose una sola volta interrompendo praticamente sul nascere questo strano rapporto epistolare. In realtà il brano sembra ispirarsi a “il sindaco di rione Sanità” di Eduardo De Filippo e a “Gli alunni del tempo” di Giuseppe Marotta, il cui protagonista, don Vivo Cacace, era una guardia notturna e un intellettuale di strada, stimato e riverito da tutti poiché unico lettore dell’unico quotidiano della zona. Don Vito radunava i vicini di casa raccontando loro la cronaca, gli avvenimenti politici che leggeva sul giornale, influenzando i loro pensieri e plasmando la loro opinione sul mondo. Una sorta di devozione che ritroviamo in Pasquale Cafiero, brigadiere del Corpo di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale, verso Don Raffaè.

 

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto cinquanta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
Eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ me
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè

Il ritornello della canzone era chiaramente ispirato sia a O’ Caffè di Domenico Modugno e Riccardo Pazzaglia ma anche al secondo atto di Questi fantasmi di Eduardo De Filippo, dove è celebre l’esaltazione della bevanda più amata e adorata dai napoletani. Faber ebbe un legame particolare e molto stretto con Eduardo al punto che, come ha ricordato il coautore di tante canzoni di De Andrè, Massimo Bubola, durante le pause dalle registrazioni dell’album Le Nuvole ascoltava abitualmente le commedie di De Filippo tramite un walkman a cassette, cercando di far propria ogni sfumatura, ogni verità. Forse proprio per questo Faber amò Napoli e la sua musica, le melodie, la capacità di raccontare la vita del popolo con una struggente e appassionata poesia, l’amore per una città nella quale De Andrè si sentiva a casa, come nella sua Genova.

A Scampia si viene accolti da affissioni e pubblicità abusive e clandestine, da graffiti che raccontano di occhi e di sguardi che cercano di emergere, di emanciparsi. Ma anche di sguardi nascosti. Nel cuore della stazione Piscinola c’è un murale che possiamo definire la storia di un istante vissuto da due schiene senza volto, un corpo alto e robusto di un uomo che porta sulle sue spalle un altro più piccolo per consentirgli di vedere qualcosa. Corpi che vestono come i rappers, con felpe fuori misura, scarpe da basket e voglia di esprimersi con il writing, con quel hip hop che ci fa tornare in mente la Brooklyn della prima stagione di DUMBO.

O la Marsiglia che vi abbiamo raccontato recentemente.

Break dance, hip hop metropolitano, dissing rap, fughe verso illusioni che hanno la forma di un treno che fa capolinea alla fine del mondo.

 

 

La scala umana rappresentata dal murale di Piscinola pare parlarci direttamente e in modo schietto e cinico.

“Che vi credete? Noi riusciamo a vedere tutto perché vogliamo interessarci a tutto il mondo e alla vita che pulsa al di fuori da questo quartiere”. Li sentiamo ancora parlarci, i due ragazzi del murale, di spalle rispetto a noi.

“Che vi credete? Pensate che siamo qua per drogarci o per spacciare o per scannarci perdendo tempo con l’odio rivendicandolo come un diritto dei degradati? Allora lasciate che vi ridiamo in faccia dandovi le spalle, mostrandovi la nostra schiena perché è meglio che non ci guardiate in faccia, se nei nostri volti volete trovarci solo ciò che cercate”.

Guardando con attenzione il murale notiamo uno dei due ragazzi sollevare l’altro.

Il murale continua a parlarci così: “Voi che avete studiato e avete scritto tesi sulla statica dei grattacieli, ce l’avrete ancora un po’ di fantasia, vero? Per noi writers questo murale si chiama curiosità, come quella del piccolo Totò di Nuovo Cinema Paradiso, un uaglioncello che voleva vedere, sognare, sentire l’estasi del rullio della pellicola”.

Un fratello si carica sulle spalle un altro fratello più piccolo per permettergli di vedere questo film della vita, questo concerto, questa tammuriata a mezz’ a via, magari una sfida a pallone o una retata della polizia.

Senza cancellare quello di prima.