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Il Tigray torna indietro di decenni

Intervista a Carmen Bertolazzi

Il conflitto che si è scatenato alla fine del 2020 in Tigray, regione nel nord dell’Etiopia, lascia ancora i suoi strascichi. Non ci sono fonti dirette dal territorio, perché la zona rimane interdetta ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie. Sembra però che qualche spiraglio si stia aprendo: sporadiche riaperture delle comunicazioni telefoniche stanno interessando le città, ancora in mano all’esercito governativo, così come i collegamenti Internet.

Si continua però a combattere, in particolare nelle zone montuose della regione. L’esercito tigrino avrebbe infatti deciso di spostare le attività del conflitto nelle zone meno densamente popolate per preservare la popolazione civile. Anche in questo caso restano comunque scarse le informazioni.

La presenza dell’esercito eritreo a supporto di quello governativo etiope ha suscitato risposte da parte della comunità internazionale, e l’UNHCR ha denunciato le violenze riportate dai produghi tigrini accolti nei campi del Sudan.

Le ultime notizie, che dovranno essere confermate, raccontano di danni ingenti alle strutture sanitarie. Ospedali e centri per la salute, anche finanziati da azioni internazionali, sono stati svuotati delle apparecchiature, e si fa sentire la penuria di medicinali.

Ne parla Carmen Bertolazzi, presidente dell’IISMAS (Istituto Internazionale Scienze Mediche Antropologiche e Sociali), che conduce da anni progetti di cooperazione in Tigray.

Ascolta l’intervista

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